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FTM e MTF?

Andrea Granata

QUESTE “STRANE” SIGLE…

 

Nella frenetica metropoli milanese ogni tanto capita di imbattersi, per letto o sentito dire, in queste due “strane” sigle: FTM e MTF. Per evitare di scatenare crisi di panico e suscitare un’isteria di massa dalle proporzioni catastrofiche è meglio chiarire subito la questione: FTM non è una nuova società di trasporti creata per fare concorrenza all’ATM e spillare ulteriori soldi ai pendolari, così come MTF non è una nuova linea della metropolitana in via di costruzione, pronta a creare disagi alla circolazione urbana e a stravolgere la quiete cittadina.

Fortunatamente no. FTM è l’acronimo di Female to Male, mentre MTF è l’abbreviazione di Male to Female, ossia rispettivamente Donne che diventano Uomini e Uomini che diventano Donne (anche se sarebbe più corretto parlare di individui di sesso femminile e individui di sesso maschile che effettuano la transizione). Questo perché ci sono persone la cui identità di genere non corrisponde al genere puramente fisico, quindi perseguono l’obiettivo di un cambiamento attraverso l’assunzione di ormoni relativi al sesso che intendono diventare (ma che mentalmente già sono). Non si tratta di un capriccio estetico, come volersi rifare il naso o altro: il percorso di transizione non parte da presupposti legati alla bellezza esteriore. Le persone transessuali intraprendono questa strada perché non riconoscono il proprio corpo e quindi desiderano sentirsi a proprio agio con se stessi, come tutti d’altronde.

Il sesso biologico quindi non determina il genere di una persona. Su questo concetto si sono soffermati i Queer Studies, ossia gli studi condotti negli anni ’90 del secolo scorso su identità di genere e orientamento sessuale, e in particolare la Teoria Queer. Nata in seno agli studi femministi e LGBT influenzati da Judith Butler e Michel Foucault, la Teoria Queer afferma che l’identità e la sessualità sono un costrutto sociale, che non esiste un originale su cui fondare il genere e che poche persone rientrano nel binarismo femmina/maschio. L’intento è quindi quello di scardinare i fondamenti dell’identità e decostruire le classiche strutture binarie, il tutto imposto dalla società.

Secondo Butler, infatti, le persone esibiscono quegli atteggiamenti che la cultura di appartenenza richiede, rifacendosi a modelli di comportamento adottati dalla maggioranza, considerati gli unici “giusti”. In riferimento alla questione identità di genere, Butler afferma che «il genere è un tipo di imitazione di cui non esiste l’originale», perciò il genere (così come l’orientamento sessuale) è determinato socialmente: è ciò che si fa, non ciò che si è. Sono gli “atti di genere” a determinare il nostro genere, non i comportamenti “appropriati” al nostro sesso basati su modelli stereotipati. Butler propone così gli “atti sovversivi”, come il crossdressing o il drag, ossia azioni che sfidano e turbano le norme imposte, mascherandone la natura artificiale, in modo che alle diverse identità sessuali (omosessualità, transessualità, ecc.) sia riconosciuta pari validità di quella conferita all’eterosessualità.

Il genere e la sessualità sono realtà dalle numerose sfumature e in continuo cambiamento. Nel caso specifico, le persone transessuali scelgono uno dei due generi “classici”, assumendone le caratteristiche fisiche, anche se ci sono comunque soggetti che rifiutano tale binarismo, come in India, ad esempio, dove lo Stato ha riconosciuto giuridicamente un terzo genere sessuale. Ma si tratta di un caso isolato. In molte parti del mondo la transessualità è ancora incompresa e vittima di pregiudizio. La maggior parte della gente associa alla parola trans l’immagine di un travestito (quando invece non ha nulla a che fare con il drag) usato per appagare desideri sessuali repressi di qualche imprenditore, politico o altro, a cui fa spesso da sfondo uno squallido scenario di droga e prostituzione (quando invece non è sempre così). Questo è dovuto al fatto che i mass media tendono a mettere l’accento su tali questioni pur di fare scandalo, descrivendo il tutto con i termini più abietti e degradanti, andando così ad alimentare il sentimento di odio e di paura nei confronti delle persone transessuali. Il problema è legato anche al fatto che viviamo in una società maschilista eterocentrica, in cui i comportamenti che si discostano dalla “norma” sono bollati negativamente, quindi una MTF è vista anche peggio di un omosessuale, mentre si ignora completamente l’esistenza degli FTM.

L’apparente inesistenza degli FTM è legata anche al fatto che, fisicamente parlando, tendono a confondersi con gli uomini genetici, ma sicuramente, ad oggi, la poca informazione gioca ancora un ruolo fondamentale. La letteratura, l’arte e il cinema hanno già provato a rappresentare la realtà transessuale, ma spesso ogni tentativo viene frenato sul nascere o comunque non c’è abbastanza comunicazione. Nel caso degli FTM, ad esempio, è stato realizzato il film Boys Don’t Cry (1999), diretto da Kimberly Peirce. La pellicola narra la vera storia di Brandon Teena (interpretato da Hilary Swank), un giovane transgender che voleva vivere liberamente la sua esistenza, assecondando la sua personalità, riuscendo a farsi accettare per il sesso che voleva diventare, ma che una volta scoperto è stato vittima di violenza fisica e stupro, fino ad essere ucciso proprio da quelle persone che inizialmente lo avevano accettato, il che significava che i suoi “atti di genere” lo rappresentavano realmente. Il film ha ricevuto diversi riconoscimenti importanti, tra cui un Oscar alla miglior attrice protagonista (nonostante la statuetta d’oro non serva a dare più valore o credibilità a una pellicola). Tuttavia non c’è stata abbastanza volontà di diffondere la tematica: quando è stata l’ultima volta che il film è stato trasmesso per televisione? O meglio: è stato mai trasmesso? In Italia no.

Attualmente le persone transessuali sono costrette a subire stigma sociale, soprattutto considerando che ancora oggi non viene a loro concesso di modificare i dati anagrafici senza l’obbligo forzato di subire l’operazione di cambio del sesso, così come non sono state elaborate leggi in loro favore che combattano ogni forma di discriminazione e violenza psicologica e/o fisica. Secondo recenti studi, la crescita di individui transessuali che si prostituiscono (escludendo chi lo fa per scelta) è proprio una diretta conseguenza di tale situazione, poiché avendo problemi di inserimento lavorativo, vengono più facilmente sfruttati per tali scopi. In questi ultimi anni sono stati fatti molti progressi in fatto di riconoscimento dei diritti LGBT, ma c’è ancora molta strada da fare.

 

 Andrea Granata


in Diritti, 07/11/2017